Volevo dire che ho incontrato Antropometria per caso, ma non è del tutto vero; in realtà tutto è partito dalla casa editrice che l'ha pubblicato. Alla fiera di Pisa ho visitato il loro stand, ho curiosato tra i loro libri. A prima vista, mi sono piaciuti e mi è piaciuto il modo in cui li proponevano. A casa, ho guardato o e riguardato il loro catalogo. E mi sono soffermata su questa raccolta di racconti.
Una volta i racconti non mi piacevano tanto. Avevo letto i classici (primo fra tutti Hemingway) e ovviamente li avevo trovati bellissimi, ma non fui tentata, all'epoca, di cercarne altri; non si scatenò quel tipo di passione che tipicamente ci fa cercare "tutti i ... di questo tipo". Poi incontrai altri racconti splendidi: Gibson, Sterling. E qui iniziai a capire che il racconto non è solo estrema sintesi, perfezione stilistica, eleganza, originalità, ma anche sperimentazione, idee e immagini inedite, quadri che sarebbe difficile inserire in un romanzo. Iniziavo a comprendere che il racconto non è un romanzo brevissimo e che leggerlo non è "accontentarsi" di una cosa breve.
Ma ancora non avevo capito del tutto quanto grande fosse la forza di questo tipo di narrativa. Dovevo ancora incontrare il mio scrittore preferito, DFW, e scoprire con le sue pagine quanta grazia, intensità e potenza possono essere racchiuse in poco spazio. Dopo avere letto i suoi racconti mi sono resa conto che amavo il racconto più del romanzo; che amavo quel modo in cui la storia esce dalle pagine vivida e reale, senza orpelli, fronzoli, preamboli; il modo in cui in un così breve respiro emergono personaggi che riescono ad essere indimenticabili. Alcuni racconti sono così perfetti che si possono leggere più e più volte, contemplandone le immagini folgoranti o ammirando la tragica scultura dei protagonisti.
E a questo punto, ormai "malata" di racconti e finiti quelli di DFW, ne ho cercato altri che potessero emozionarmi allo stesso modo, altri che avessero almeno qualcosa di ciò che mi aveva così colpito. Ne ho letti tanti ancora (da Barthelme, Carver a Di Filippo, alla Bender) ma solo in Saunders e Pancake (diversissimi e per diversissimi motivi) ho ritrovato la lucidità e la forza che tanto mi ha fatto amare il racconto.
E infine Antropometria. Che a me è piaciuto davvero molto.
Ma ancora non avevo capito del tutto quanto grande fosse la forza di questo tipo di narrativa. Dovevo ancora incontrare il mio scrittore preferito, DFW, e scoprire con le sue pagine quanta grazia, intensità e potenza possono essere racchiuse in poco spazio. Dopo avere letto i suoi racconti mi sono resa conto che amavo il racconto più del romanzo; che amavo quel modo in cui la storia esce dalle pagine vivida e reale, senza orpelli, fronzoli, preamboli; il modo in cui in un così breve respiro emergono personaggi che riescono ad essere indimenticabili. Alcuni racconti sono così perfetti che si possono leggere più e più volte, contemplandone le immagini folgoranti o ammirando la tragica scultura dei protagonisti.
E a questo punto, ormai "malata" di racconti e finiti quelli di DFW, ne ho cercato altri che potessero emozionarmi allo stesso modo, altri che avessero almeno qualcosa di ciò che mi aveva così colpito. Ne ho letti tanti ancora (da Barthelme, Carver a Di Filippo, alla Bender) ma solo in Saunders e Pancake (diversissimi e per diversissimi motivi) ho ritrovato la lucidità e la forza che tanto mi ha fatto amare il racconto.
E infine Antropometria. Che a me è piaciuto davvero molto.
Il volume si apre con un racconto brevissimo: leggetelo e deciderete subito se questo autore fa per voi o no. Nel mio caso, mi ha subito spinto a procedere. La "presa diretta" è assolutamente coinvolgente e permette di tessere insieme eventi e pensieri in un esercizio di quell'iperrealismo che è una delle eredità che comunque DFW ci ha lasciato. Ottima performance, davvero. E ottimo inizio. I racconti successivi sono mediamente più lunghi e scritti in modo più consueto, anche se in "Futuro anteriore" e "Ai tempi del nulla", ritroviamo questo particolare tipo di narrazione, così innovativa ed efficace.
Nel volume c'è anche un filo dorato... perché un racconto più avanti nel volume (e nel tempo) riprende una delle storie (e non voglio rovinarvi il "prestige", quindi non dirò altro). C'è anche un meta-racconto, che comunque è divertente e raggiunge l'effetto voluto di spezzare un minimo la tensione. Perché le storie che Zardi racconta sono davvero amare, anche quelle più surreali o giocose sono in realtà spaventose e angoscianti. I suoi personaggi ci riflettono come specchi, mostrando senza giudizio alcuno le vite incasinate in cui viviamo, vittime e carnefici di noi stessi.
Non tutti i racconti mi sono piaciuti allo stesso modo nel senso che alcuni mi sono piaciuti più di altri e altri mi sono piaciuti più per una cosa che per l'altra: ad esempio "Non del tutto, non per sempre" ha una deriva leggermente surreale che stempera la forza drammatica della situazione e alla fine lascia un gusto strano; "È di nuovo famiglia" è un po' paradossale e molto angosciante: il finale riuscirà, nel suo stritolare ancor più il protagonista, ad alleggerire in realtà il tono e a far sorridere il lettore. E' molto buono, anche se forse non tutte le battute del dialogo sono perfette.
"Il giardino incantato" è, per me, uno dei migliori: il ritratto è insieme algido e partecipativo; Zardi riesce a trasmettere un realismo empatico davvero disturbante.
Ho molto apprezzato il tentativo di rappresentazione femminile de "La lotta", ma comunque ho preferito "Non accade per amore", una raffigurazione originalissima di un rapporto di coppia "felice", una specie di "noir" matrimoniale, nel senso di "noir" dei sentimenti. "L'urlo" è forse l'unico racconto in cui il protagonista, nonostante tutto, esce vincitore sul proprio tragico destino; eppure è quasi deprimente, con il suo accanito ritratto delle nostre "vite normali". Davvero un bel racconto.
Non tutti i racconti mi sono piaciuti allo stesso modo nel senso che alcuni mi sono piaciuti più di altri e altri mi sono piaciuti più per una cosa che per l'altra: ad esempio "Non del tutto, non per sempre" ha una deriva leggermente surreale che stempera la forza drammatica della situazione e alla fine lascia un gusto strano; "È di nuovo famiglia" è un po' paradossale e molto angosciante: il finale riuscirà, nel suo stritolare ancor più il protagonista, ad alleggerire in realtà il tono e a far sorridere il lettore. E' molto buono, anche se forse non tutte le battute del dialogo sono perfette.
"Il giardino incantato" è, per me, uno dei migliori: il ritratto è insieme algido e partecipativo; Zardi riesce a trasmettere un realismo empatico davvero disturbante.
Ho molto apprezzato il tentativo di rappresentazione femminile de "La lotta", ma comunque ho preferito "Non accade per amore", una raffigurazione originalissima di un rapporto di coppia "felice", una specie di "noir" matrimoniale, nel senso di "noir" dei sentimenti. "L'urlo" è forse l'unico racconto in cui il protagonista, nonostante tutto, esce vincitore sul proprio tragico destino; eppure è quasi deprimente, con il suo accanito ritratto delle nostre "vite normali". Davvero un bel racconto.
"In metropolitana..." mi è piaciuto meno degli altri (forse i personaggi restano un po' troppo accennati) e anche "Il resto del corpo" non mi ha del tutto convinto,per il tono volutamente un po' grottesco.
Invece "Un silenzio che non è assoluto", secondo me è un piccolo gioiello: in meno di tre pagine, un'immagine umana della pietà di Michelangelo... "Per grazia ricevuta" e "cellule" sono altre stazioni di questo calvario che è essere vivi: sono di nuovo racconti che ci parlano del dolore (un tema forte, nell'antologia), ma sempre con questo tono da una parte distaccato e mai patetico, dall'altra empatico, dell'empatia che trovate in certi passaggi di Infinite Jest, dove comunque i personaggi, nonostante tutto, vivono. Ed è proprio questo il senso che vi rimane alla fine di questi racconti: questa è l'acqua.
Invece "Un silenzio che non è assoluto", secondo me è un piccolo gioiello: in meno di tre pagine, un'immagine umana della pietà di Michelangelo... "Per grazia ricevuta" e "cellule" sono altre stazioni di questo calvario che è essere vivi: sono di nuovo racconti che ci parlano del dolore (un tema forte, nell'antologia), ma sempre con questo tono da una parte distaccato e mai patetico, dall'altra empatico, dell'empatia che trovate in certi passaggi di Infinite Jest, dove comunque i personaggi, nonostante tutto, vivono. Ed è proprio questo il senso che vi rimane alla fine di questi racconti: questa è l'acqua.
Denise Bresci


