mercoledì 23 maggio 2012

"Non si può vivere in questo mondo, ma non c'è nessun altro posto dove andare" - Un primo timido post su Jack Kerouac

Ho deciso di scrivere di questo argomento perché vorrei condividere alcune riflessioni e idee che in questo periodo hanno accompagnato le mie letture. Non intendo certo aggiungere un contributo critico: sarei senz’altro immodesta anche solo a pensare di poterlo fare. Voglio parlare di come sia stato, per me, oggi leggere Jack Kerouac e di cosa possa significare, oggi, incontrare le storie e le opere che ci hanno lasciato gli artisti della Beat Generation: se racconto la mia esperienza è solo perché spero che questa incuriosisca altri lettori.

Ho letto per la prima volta Kerouac tra la terza media e la quarta ginnasio, in un momento in cui scoprivo la scena musicale degli anni ’60 e ’70: Bob Dylan, Jimi Hendrix,  Jim Morrison. La lettura di “Tarantula” mi aveva spinto a cercare i testi di Allen Ginsberg e da lì a Kerouac il passo fu breve. Nella mia percezione di adolescente tutti questi artisti descrivevano un Eden perduto a cui guardavo con impossibile nostalgia e avevano vissuto in un un momento della storia del mondo che avevo mancato e che mi rammaricavo fortemente di avere mancato. Benché appartenenti a generazioni molto diverse, io li percepivo tutti come un unicum artistico e non avevo tenuto conto che quando Kerouac moriva, all’età di 47 anni, nel 1969, Dylan incontrava Johnny Cash e pubblicava Nashville Skyline; mentre Kerouac scriveva in tre settimane “Sulla strada”, nel 1951, Dylan aveva 10 anni. Quello che per chi visse era stato un abisso generazionale veniva schiacciato da un mio errore di prospettiva storica: all’epoca, a 13, 14 anni, avrò senz’altro letto che il periodo non era lo stesso, ma penso di non avere capito quanto questo potesse essere significativo. Mi pareva solo che il mondo di cui leggevo fosse di molto migliore di quello in cui vivevo e non trovavo quando e come quella scintilla favolosa che secondo me risplendeva attraverso le pagine scritte si fosse persa. All’epoca, degli autori della Beat Generation, lessi la raccolta di poesie “L’Urlo” di Ginsberg e “Sulla strada” e “I Vagabondi del Dharma” di Kerouac. Tutti e tre, in maniera differente, mi piacquero e mi rimasero nel cuore.

La visione dell’ottimo film/documentario ispirato a “L’Urlo” di Ginsberg () e altri vari motivi mi hanno spinto a riprendere in mano quello che avevo letto  - a distanza di  così tanti anni - e anzi a leggere anche altro che all’epoca avevo tralasciato. Così ho riletto la raccolta di poesie di Ginsberg e poi “I vagabondi del Dharma”.
Di quel romanzo ricordavo l’atmosfera e soprattuto la parte della storia in cui il protagonista ed il suo amico Japhy (in realtà GarySnyder – Pulitzer per la poesia nel 1975) vanno a fare un’ascensione in montagna (nello Yosemite, sul Matterhorn –il Cervino locale); e rileggendolo ho capito perché di tutto il romanzo ricordavo soprattutto quella parte. E’ meravigliosa. E a tanti anni di distanza l’incedere zen degli alpinisti, il fascino, lo stupore, il sublime della loro esperienza trapelano tali e quali come li avevo letti allora e forti e vividi come li scrisse Kerouac.
Questo romanzo ci racconta una parte della vita del protagonista - che poi è anche una parte della vita dell’autore - con una forza straordinaria: è luminoso come i paesaggi che descrive, limpido e puro come l’aria delle montagne verso il quale è attratto continuamente il protagonista. La vita palpita letteralmente nelle sue pagine, in tutta la sua bellezza; o meglio sfolgorando di una bellezza che ogni vita potrebbe avere. Scorrevole, divertente, affascinante: leggere questo romanzo ci permette di sbirciare un‘epoca meravigliosa di cui abbiamo dimenticato la chiave d’accesso.
E le persone di quell’epoca hanno molto da dirci, in realtà.
C’è un passaggio in cui il protagonista critica  - con il tono sincero, mai snob, davvero partecipe con cui ci racconta ogni cosa – la scelta delle persone che vede stare dentro le case davanti alla tv, la sera, invece di uscire, vedere gli amici, le ragazze, suonare o ubriacarsi. E’ il modo in cui lo dice, il contesto in cui lo dice, che fa capire che poco lontano da noi, nel tempo, è esistito un mondo molto molto diverso da questo, in cui i desideri, le aspettative, le tensioni erano tutt’altre dalle nostre. Così distanti che se uno dei protagonisti di quel romanzo passasse una serata a parlare con un proprio coetaneo di oggi la comunicazione sarebbe nulla.
Il senso di libertà, l’amore per la vita, il desiderio di conoscere il mondo, capirlo, di entrare in empatia con le persone che si respira in quelle pagine, confrontato con l’habitat sociale e culturale in cui viviamo oggi, ci dicono che il sentiero che percorriamo – senza sapere dove porta, da sempre – ha preso una direzione molto diversa da quella a cui puntava all’epoca.

Presa dall’entusiasmo, appena finito I Vagabondi del Dharma ho cercato, comprato e letto “Big Sur”. “Big Sur” ci racconta un altro pezzo della storia di JK, quello in cui, scrittore già “famoso” – e non più vagabondo come nel romanzo di cui sopra – cerca rifugio dalla notorietà e dall’assillo dei fan (!) in una solitaria casa a Big Sur. Questo romanzo, rispetto a “I vagabondi del Dharma”, è, se possibile, l’esatto contrario, dal punto di vista dell’atmosfera e delle sensazioni che trasmette. E’ un vero horror dell’anima in cui il paesaggio aspro e selvaggio -  le onde spaventose ed insistenti dell’oceano, gli orridi del canyon – sono la manifestazione fisica dell’angoscia divorante che insidia il protagonista fin dalla prima pagina. E’ un thriller spirituale, in cui il protagonista combatte un male oscuro dentro di sé , una sorta di “lato oscuro” che tende a prendere il sopravvento nei momenti più inaspettati e il cui scopo sembra essere la distruzione di ogni felicità. Le parole di Kerouac - lo stile con cui ci parla da mezzo secolo di distanza -  riescono ad essere così coinvolgenti che le differenze storiche passano in secondo piano rispetto alla forza dell’impatto drammatico. E così ci troviamo emotivamente trascinati in questo incubo dello spirito così lontano dalla serenità de “I vagabondi del Dharma” che ci chiediamo se ci spaventi di più l’incubo in sé o la realtà del fatto che il nostro animo possa passare dalla più pura gioia di vivere al più crudele cupio dissolvi, come avvenne per l’autore. Una grande lezione davvero e un grande romanzo.

Infine ho ripreso in mano “Sulla strada”. Di questo avevo ricordi più vaghi: ne ricordavo solo il flavour o meglio avevo un ricordo del ricordo del suo flavour che in realtà non corrispondeva completamente a quello che ho poi ritrovato. Il romanzo fu scritto nel 1951, ma pubblicato solo nel 1957 dopo qualche cambiamento, tra cui l’introduzione di uno pseudonimo per i personaggi: è infatti la storia di alcuni anni della vita del protagonista/autore in compagnia di alcuni amici (persone reali e artisti a loro volta) e dei loro viaggi tra l’est e l’ovest degli Stati Uniti. Oggi è anche possibile leggere la versione originale, che JK scrisse su un rotolo di carta unico che aveva ricevuto in regalo, con tanto di nomi veri.
E’ incredibile come questo romanzo – che è quasi un diario – sia ricco e come questa sua ricchezza induca le più diverse reazioni e riflessioni, in conseguenza soprattutto di chi lo legga e di quando lo legga. Ho letto l’introduzione della versione italiana storica, di Fernanda Pivano, del 1958 e questa introduzione ci porta nell’Italia del 1958, quasi quanto il romanzo ci porta nell’America del 1951. Gli occhi di chi lo ha letto allora, qui, vedevano il sorgere di un’epoca che per noi è già completamente storicizzata e non potevano cogliere la forza di quelle idee e insieme la loro fragilità: effimere e ormai smarrite, ci appaiono ancora più seducenti perché oggi ne resta solo qualche pallida ombra. Embrione di critica radicale al sistema consumistico/capitalistico, il “way of life” descritto nel romanzo, così fortemente antiborghese ed anarchico, viene interpretato come una semplice via di fuga alle responsabilità della vita adulta, come reazione di disagio giovanile. Ideali che diedero vita poi al ’68 e alle comunità hippy vengono completamente travisati e minimizzati come spinte adolescenziali (che poi, JK, nato nel 1922, non era certo adolescente, all’epoca dei fatti narrati!). Era chiaramente il primo impatto e, in effetti, pochi anni dopo, come si legge nella postfazione a “I Sotterranei” del ’62, sempre della Pivano, la portata di queste idee venne infine compresa: è ancora più doloroso vedere come quelle che sono state per due decenni (anni sessanta e settanta) idee fortissime e rivoluzionarie siano ora praticamente estinte, creature di un ramo esaltante ma forse morto dell’evoluzione.
JK mette in scena un’America dolente e povera, lontanissima da quella attuale, che abbiamo imparato a conoscere così bene dalle migliaia di narrazioni “moderne”: un’America poco distante da quella dell’epopea western, nella mentalità e nelle aspettative, con macchine al posto dei cavalli, ma con lo stesso spirito individualista, ribelle, anarchico e libertario.
Gli elementi di sorpresa sono tantissimi: il mondo in cui si muove è per noi così lontano nella storia da sembrarci esotico. Un mondo con la CocaCola e le automobilli, ma in cui le telefonate arrivano al lattaio sotto casa persino nel civilizzato Est; in cui si impazzisce per il Jazz, ma in cui si dorme in albergo con un dollaro; un mondo in cui per trovare una persona si va fisicamente nella città in cui abita e si gira per strada sperando di incontrarla. Nell’eterno presente in cui viviamo abbiamo dimenticato che il mondo non è sempre stato come è ora e fa tanto più impressione vedere questo “shift all’indietro” proprio in America - in California - un posto che nel nostro immaginario colleziona tutto quanto è futuro,  l’incarnazione geografica stessa del futuro. E’ un mondo in cui il lavoro c’è , ma non viene visto come un obiettivo di realizzazione personale, anzi. Un mondo in cui cercare di soddisfare le proprie aspirazioni, i propri desideri, è considerato normale. In cui interrogarsi su quali siano questi desideri, è normale. E questo è forse lo stacco più forte.
Leggere queste pagine oggi, in cui l’unica mentalità è inconsapevolmente, incommensurabilmente rinunciataria e allo stesso tempo avida, in cui parlare di “realizzazione dei propri sogni” non può che generare cinici sorrisetti sarcastici nel proprio interlocutore, in cui l’unica aspettativa socialmente rispettabile è quella dell’accumulo economico, beh, fa impressione.
E’ l’idealismo, la sincerità intellettuale, la forza dei desideri dei protagonisti che colpisce.  L’intensità con cui cercano di vivere, lo sguardo appassionato e empatico che hanno per ogni cosa - dalla prepotente natura del selvaggio west alla dolcezza dei villaggi messicani, dall’amore improvvisato per una ragazza incontrata per caso all’ossessione nella ricerca del padre scomparso - sono ciò che colpisce davvero.
“Sulla Strada” è un meraviglioso affresco dell’America come è stata in un preciso momento storico e, se da una parte ci permette di scorgere la nuova visione del mondo che stava maturando, dall’altra ci offre uno sguardo iperrealista su quello che nel romanzo è il presente: benché quell’America non esista più, conoscerla ci aiuta a capire il vero oggetto del rimpianto di chi oggi ricorda con amore il “passato” e di quale sia il nocciolo duro dello spirito americano; un’anarchia che non ha nulla a  che vedere con le intellettuali utopie di stampo europeo, perché è di fatto assenza dello stato; un senso di solidarietà completamente laico che ricorda più quello che si genera spontaneamente quando incontriamo qualcuno in una zona selvaggia che non quello sovraccarico di significati etici e morali che siamo abituati ad incontrare, soprattutto nella cattolica Italia; un senso di libertà autentico, un individualismo così naturale che sembra completamente normale non dover esibire documenti per ogni cosa e girare liberi ed irrintracciabili di città in città.
E questo Eden perduto non appare come una chimera: semplicemente è, intrinseco all’enormità degli spazi, prodotto da una storia di persone – poche –  venute da lontano per abitare una terra immensa, ognuno solo in mezzo alla Natura che a volte è amorevole e a volte spaventosa, ma sempre è sublime. L’assenza dello stato è palpabile, lo spirito anarchico forte e reale, perché insito nella tradizione stessa dell’America.
E in questo mondo così strano per noi che leggiamo oggi (che magari leggiamo su un ebook reader linkato ai nostri nome e cognome e carta di credito, su un bus elettrico – il pieno di benzina a 2 dollari? - o in una saletta d’attesa videosorvegliata)  viene raccontata quella che in realtà, tra fughe, corse in macchina a velocità folle (limiti di velocità? Multe? sono concetti nemmeno esistenti, non si tratta di trasgressione, solo di un mondo “pre-regole”), incontri inaspettati e addii ripetuti,  è una intensissima storia di amicizia. Un’amicizia difficile, ma per questo più dolorosa: incondizionata, assoluta e trascinante, è il vero motore della storia ed è davvero affascinante: le vicende del protagonista e del suo amico (Dean, in realtà Neal Cassady, altro scrittore statunitense) ci trascinano da un punto all’altro dell’America senza che ne siamo mai paghi… leggere JK ci fa guardare a noi stessi con nuovi occhi:  forse siamo noi quelli davanti alla tv (come direbbe DFW, quelli che guardano i mobili), leggendo, chissà che non ci venga voglia di spegnerla.


Denise Bresci


Per chi si fosse incuriosito e cercasse un ottimo link dove trovare materiale, vorrei segnalare una serie di articoli davvero interessanti che ho trovato qui: http://beatblog2.blogspot.it/search/label/Jack%20Kerouac


mercoledì 2 maggio 2012

FILIPPO TIMI - (VIVERE UNA) FAVOLA

“Favola - C'era una volta una bambina, e dico c'era perché ora non c'è più”
di e con Filippo Timi
e con Lucia Mascino e Luca Pignagnoli.

La scelta, questa volta, è a dir poco audace.
La scena è l'interno di una casa americana, anni '50. Mrs. Fairytale, casalinga da pubblicità di detersivi, si aggira con grazia, intrattenendo il pubblico e l'amica Mrs. Emerald in un tourbillon di gags, giochi di parole, tormentoni, citazioni, brani drammatici.


Mrs. Fairytale, come dice il nome, vive in una Favola: nella casa di Mrs. Fairytale la realtà esterna entra e si deforma, devia, come la luce attraverso un prisma. Eternamente sorridenti, sia Mrs. Fairytale sia la casa di Mrs. Fairytale accettano ogni evento, che si tratti di un'invasione aliena o di una gravidanza, con un bon ton asettico e delirante che mantiene la sua piena coerenza nell'arco di tutta la narrazione.

Mrs. Fairytale vive in una Favola, sì.

E Mrs. Fairytale, incredibilmente, è Filippo Timi.

Odio la neve. Ci mette un attimo a tramutarsi in fango”, dice Emerald, all'inizio di uno splendido monologo drammatico. Tutto ciò non può e non deve avvenire. Il fango deve rimanere fuori dalla casa di Mrs. Fairytale, può essere visto solo attraverso uno specchio deformante che lo trasformi nuovamente in neve.
Nessuna Favola è mai perfetta come sembra, per quanto imbalsamata tu possa resistere dietro la bugia di un sorriso, la vita, carnosa, brutale, spietata, una notte magica di Natale busserà alla tua porta, e nulla sarà mai più come prima...”

Filippo Timi sta in scena come nessun altro, al momento, con un carisma naturale senza pari: e questa non è una novità. Sta in scena per due ore mezza senza stancare e senza stancarsi, immerso in una pièce stupenda: scritta, diretta, interpretata, voluta, che spesso , soprattutto nella struttura, richiama il dimenticato Joe Orton ma anche la pubblicità anni '50, il cinema di serie B, Alfred Hitchcock. Strepitosi per varietà di toni e condivisione degli intenti Lucia Mascino e Luca Pignagnoli, assieme ai quali Filippo dimostra di avere tutta l'intenzione di continuare a giocare al Teatro, di raccontare Favole con intelligenza, gioia, tecnica e leggerezza.
Davvero, non è cosa da poco.

Ugo Polli

domenica 4 marzo 2012

1Q84 di Haruki Murakami

1Q84 è stato salutato, al suo apparire, in termini entusiastici dalla critica di mezzo mondo e nella versione italiana i primi due volumi hanno lasciato i fan delle scrittore giapponese con il fiato sospeso, in attesa dell'episodio conclusivo. E non a caso, dal momento che Murakami Haruki (classe 1949) ha saputo intessere una delle sue opere migliori, se non il suo capolavoro: sulla (atipica) storia d'amore fra il ghost writer Tengo e l'assassina Aomame, dal romanticismo perso nelle nebbie dell'infanzia ma costantemente rinnovato nel pensiero, si incrociano realtà ad inclusione, doppi umani, comuni politiche ed esoteriche, personaggi di ogni genere dipinti a tutto tondo.
Storia straordinaria che raccoglie le migliori tendenze della poetica di Murakami, ibridate da quelle della narrativa contemporanea, ma senza cadere nel facile effetto o del prodotto mondial-consumistico, conservando quella necessaria dose di “nipponicità” cara all'autore. Storia che raccoglie la provocazione di una realtà simulata, quella di di La fine del mondo e il paese delle meraviglie (1985), o de L'uccello che girava le viti del mondo (1995) e di altri suoi lavori, sposta il baricentro della nostra percezione in un territorio che non è neppure quello odierno (e ricorda altri esperimenti non ucronici, ma piuttosto inclusivi: da Sinclar Lewis a Philip Dick, da Fritz Leiber a Philip Roth), al punto azimutale di una narrativa “alta” come stile e struttura, ma nondimeno “di genere”.
Inoltre la maestria di Murakami riesce a far quadrare lo snodo delle vicende (le due storie nelle due realtà), senza creare un montaggio parallelo che spesso diviene stucchevole e prevedibile, in mano a scrittori meno felici; qui neppure si avverte lo iato fra le storie, distratti anche dalle progressive spiegazioni che raccontano vita e ruolo dei diversi personaggi incontrati.
Il cosmo dualistico di Mukami, mirabilmente simbolizzato dalla doppia luna di 1Q84, finisce con il riempirsi di vicende, di immagini, di concetti affondando il lettore in una specie di lungo sogno a occhi aperti da cui è difficile risvegliarsi... attendiamo il terzo volume.

Francesco Smeriglio

domenica 19 febbraio 2012

VITALI KLITSCHKO - THE FIGHTER

Da oggi, o meglio da ieri notte, il mondo della boxe inizia a prendere in considerazione  l'ipotesi che Vitali Klitschko possa essere sconfitto.

Chi è Vitali Klitschko?

La domanda sarebbe quasi insensata se si trattasse del dominatore di qualsiasi altro sport di livello mondiale.
Tutti sappiamo benissimo chi sono Roger Federer, Rafa Nadal e Tiger Woods. Anzi, ne sappiamo anche troppo. Li ammiriamo nelle pubblicità di rasoi plurilama o di schiume da barba miracolose, conosciamo i loro gusti, le loro caratteristiche tecniche, siamo in apprensione per le loro sorti, per i loro mal di pancia, per il loro umore o per la loro condizione fisica.
Strano. 
Strano soprattutto perché gli sport di cui costoro sono gli attuali simboli sono solo metafore di un altro sport, ormai sparito dai nostri teleschermi e quindi dalla nostra cultura: la boxe.

In un tempo non lontano e in una galassia non lontana da noi la boxe è stata uno straordinario veicolo di storie: di storie di redenzione, di violenza, di abnegazione, di vittoria (temporanea) e di sconfitta. Di queste storie ha approfittato il cinema (Rocky, Million Dollar Man, Toro Scatenato, Cinderella Man, per citarne alcuni) e la cultura pop in generale.
Queste storie non vengono più raccontate.

Proviamo a raccontarne una.

Vitali Klitschko nasce in Ucraina il 19 luglio 1971. Il padre, Vladimir Klitschko, generale delle Forze Armate Sovietiche, si occupò delle bonifica del sito di Chernobyl. Un tumore causato dall'esposizione alle radiazioni lo ha ucciso nel 2011.
Vitali Klitschko è alto 202 cm. e pesa circa 110 kg. La sua carriera sportiva è impressionante quanto il suo fisico. Kickboxer sino al 1996 (sei titoli del mondo in questo periodo), pugile professionista successivamente, dopo soli tre anni, con un personale di 27 vittorie su 27 incontri, strappa la cintura mondiale WBO a Herbie Hide e diventa una stella di prima grandezza nel panorama della boxe mondiale.
A questo punto arrivano due sconfitte. Nel 2000, contro un oscuro pugile americano (Chris Bird) Klitschko domina il match ed è costretto al ritiro a causa di una forte contusione a una spalla.
Klitschko vincerà i successivi cinque match, ottenendo il diritto di sfidare il campione del mondo WBC, il grande Lennox Lewis, il 21.06.2003 a Los Angeles.

Dopo aver condotto un match praticamente pari con il campione, Vitali fu costretto al ritiro alla settima ripresa a causa di una ferita all'arcata sopraccigliare. Nei tabellini dei giudici Klitschko era in leggero vantaggio e tentò inutilmente di opporsi alla decisione del referee. La sua prestazione fu tale che la WBC fissò al 15 marzo la deadline entro la quale Lewis avrebbe dovuto concedere la rivincita. Lewis, tuttavia, preferì ritirarsi senza affrontare nuovamente Klitschko.

Quelle appena esposte sono state le uniche due sconfitte di Klitschko in carriera. Il 24 aprile 2004 divenne campione dei massimi WBC. Il suo score, attualmente, è di 44 vittorie (40 prima del limite) e, appunto, 2 sconfitte. Nessun campione del mondo dei massimi ha mai avuto un record simile .

Pugile leggermente atipico, dotato di un fisico che ricorda Primo Carnera, estremamente tecnico, Klitschko combatte normalmente con una guardia bassa e relativamente aperta, confidando a ragione su una straordinaria velocità d'esecuzione e sull'estrema difficoltà che gli avversari incontrano nell'avvicinarsi senza esporsi. La pesantezza dei colpi è ben testimoniata dall'incredibile numero di vittorie prima del limite.

Vitali Klitschko è leggermente atipico anche sotto tanti altri punti di vista. Schivo e quasi timido, laureato in Scienze Sportive, giocatore di scacchi, Klitschko è politicamente vicino alle posizioni di Yulia Timoshenko ed estremamente critico nei confronti della politica dell'attuale presidente ucraino Victor Yanukovych. Nel 2012 parteciperà alle elezioni amministrative di Kiev; dopo, alla non più verde età di 41 anni, presumibilmente si ritirerà.

Ieri notte Vitali Klitschko ha difeso vittoriosamente il titolo WBC contro il britannico Chisora, per una volta ai punti. Il match ha chiarito, per la prima volta, che l'attuale Klitschko ha qualche punto debole. Chisora ha incassato colpi che avrebbero devastato un toro ed è comunque riuscito a tratti a tenere testa al campione, nonostante una differenza di statura di 15 cm. Come ha ammesso lo stesso Vitali, che si è sempre espresso in termini lusinghieri nei confronti dei suoi avversari, “se Chisora fosse stato più veloce avrei avuto grossi problemi”. La dichiarazione di cui sopra avviene dopo che: 1) Chisora lo ha colpito con una sberla durante la cerimonia del peso. Vitali non ha reagito. 2) Chisora ha sputato in faccia sul ring al fratello di Vitali, Wladimir, a sua volta campione del mondo WBA, IBF, WBO e IBO. Wladimir non ha reagito. (Chisora è stato successivamente arrestato dalla polizia tedesca per una rissa avvenuta in conferenza stampa con Haye, altro pretendente al titolo e attualmente ricercato per la medesima rissa. Subito dopo lo scontro Chisora ha ripetutamente minacciato di ”sparare a Haye”).

Questa, in estrema sintesi, è la storia di Vitali Klitschko, e questo è il suo stile.
Speriamo che non si ritiri mai.

Ugo Polli

domenica 29 gennaio 2012

Omaggio a DFW - un hyper post

Questo è solo un hyper post, per segnalare un contributo di Denise Bresci all'evento dedicato da Alieni Metropolitani all'immenso autore David Foster Wallace. Questo e' l'indirizzo dell'evento: http://www.raccontopostmoderno.com/2012/01/speciale-david-foster-wallace/ e qui trovate la mia recensione: http://www.raccontopostmoderno.com/2012/01/recensione-tennis-tv-tornado-trignometria-david-foster-wallace/

Denise Bresci

lunedì 23 gennaio 2012

La Talpa di Tomas Alfredson – L'importanza di essere Smiley

Il giovane regista svedese Tomas Alfredson, già autore dell'eccellente "Lasciami Entrare", si cimenta con il romanzo di spionaggio per eccellenza, quel "La Talpa" di John Le Carré che, nel 1974, ridefinì i confini del genere, cancellandone le inclinazioni e le tentazioni epiche e superomistiche e raccontando una storia semplice, perfetta e, soprattutto, vera.



Ambientato in piena guerra fredda, il romanzo descrive un'indagine difficile e fallita (dal momento che la soluzione non sarà fondata sulla deduzione), una quest dolorosa il cui esito sarà la punizione del colpevole (o meglio il suo svelamento) ma di certo non il ristabilimento di un equilibrio turbato.


Il gioco é andato troppo avanti, la conclusione comporterà comunque la certezza che l'intera esistenza dei personaggi principali, i loro affetti, le loro relazioni, erano basati sulla menzogna, sulla finzione, sul tradimento.


Non è un'indagine da poco quella di George Smiley, grigio funzionario del Circus, appena pensionato. E' un'indagine pericolosa, condotta in modo burocratico e volta a ricostruire fatti apparentemente banali accaduti non molto tempo addietro, scavando nei dossier e nelle relazioni di servizio.


In questa meticolosa ricostruzione, che lettore e spettatore sono costretti a seguire con estrema attenzione (pena la scarsa comprensione del libro come del film), Smiley si muove con un'indifferenza apparente e un aplomb tipicamente britannici; la sensazione che non potrà non arrivare al lettore come allo spettatore, in ogni caso, è quella del totale smarrimento degli ideali e delle motivazioni che, nella seconda guerra mondiale, avevano consentito a ciascuno di essere convinto di essere parte di qualcosa. Nella guerra di spie dei primi anni 70 le motivazioni sono perdute, i giocatori giocano una partita fredda e burocratica, senza spazio alcuno per gli ideali, consapevoli che il gioco non fa altro che perpetuarsi e autoalimentarsi. Le spie sono solo pedine, sacrificabili e sacrificate, i cui nomi in codice ben possono essere quelli di una antica "conta" per bambini: Tinker, Tailor, Soldier, Sailor (Poor Man, dato che Sailor somiglia troppo a Tailor).


E' solo un gioco per adulti, ormai. Neanche i giocatori ricordano più il motivo per cui lo giocano: eppure continuano a giocare.


Il giovane regista svedese Tomas Alfredson ha ben chiaro tutto ciò. Sorretto da una sceneggiatura intelligente e non ingombrante, dove ciò che non è detto ha lo stesso peso di ciò che è detto, nonché da prove attoriali di livello assoluto (un Gary Oldman inarrivabile e un John Hurt maestoso, fra gli altri), confeziona un film di un'eleganza quasi commovente, assolutamente degno del capolavoro da cui è tratto.
Ugo Polli

martedì 20 dicembre 2011

ANTROPOMETRIA di Paolo Zardi

 Volevo dire che ho incontrato Antropometria per caso, ma non è del tutto vero; in realtà tutto è partito dalla casa editrice che l'ha pubblicato. Alla fiera di Pisa ho visitato il loro stand, ho curiosato tra i loro libri. A prima vista, mi sono piaciuti e mi è piaciuto il modo in cui li proponevano. A casa, ho guardato o e riguardato il loro catalogo. E mi sono soffermata su questa raccolta di racconti.
Una volta i racconti non mi piacevano tanto. Avevo letto i classici (primo fra tutti Hemingway) e ovviamente li avevo trovati bellissimi, ma non fui tentata, all'epoca, di cercarne altri; non si scatenò quel tipo di passione che tipicamente ci fa cercare "tutti i ... di questo tipo". Poi incontrai altri racconti splendidi: Gibson, Sterling. E qui iniziai a capire che il racconto non è solo estrema sintesi, perfezione stilistica, eleganza, originalità, ma anche sperimentazione, idee e immagini inedite, quadri che sarebbe difficile inserire in un romanzo. Iniziavo a comprendere che il racconto non è un romanzo brevissimo e che leggerlo non è "accontentarsi" di una cosa breve.
Ma ancora non avevo capito del tutto quanto grande fosse la forza di questo tipo di narrativa. Dovevo ancora incontrare il mio scrittore preferito, DFW, e scoprire con le sue pagine quanta grazia, intensità e potenza possono essere racchiuse in poco spazio. Dopo avere letto i suoi racconti mi sono resa conto che amavo il racconto più del romanzo; che amavo quel modo in cui la storia esce dalle pagine vivida e reale, senza orpelli, fronzoli, preamboli; il modo in cui in un così breve respiro emergono personaggi che riescono ad essere indimenticabili. Alcuni racconti sono così perfetti che si possono leggere più e più volte, contemplandone le immagini folgoranti o ammirando la tragica scultura dei protagonisti.
E a questo punto, ormai "malata" di racconti e finiti quelli di DFW, ne ho cercato altri che potessero emozionarmi allo stesso modo, altri che avessero almeno qualcosa di ciò che mi aveva così colpito. Ne ho letti tanti ancora (da Barthelme, Carver a Di Filippo, alla Bender) ma solo in Saunders e Pancake (diversissimi e per diversissimi motivi) ho ritrovato la lucidità e la forza che tanto mi ha fatto amare il racconto.
E infine Antropometria. Che a me è piaciuto davvero molto.
Il volume si apre con un racconto brevissimo: leggetelo e deciderete subito se questo autore fa per voi o no. Nel mio caso, mi ha subito spinto a procedere. La "presa diretta" è assolutamente coinvolgente e permette di tessere insieme eventi e pensieri in un esercizio di quell'iperrealismo che è una delle eredità che comunque DFW ci ha lasciato. Ottima performance, davvero. E ottimo inizio. I racconti successivi sono mediamente più lunghi e scritti in modo più consueto, anche se in "Futuro anteriore"  e "Ai tempi del nulla", ritroviamo questo particolare tipo di narrazione, così innovativa ed efficace.
Nel volume c'è anche un filo dorato... perché un racconto più avanti nel volume (e nel tempo) riprende una delle storie (e non voglio rovinarvi il "prestige", quindi non dirò altro). C'è anche un meta-racconto, che comunque è divertente e raggiunge l'effetto voluto di spezzare un minimo la tensione. Perché le storie che Zardi racconta sono davvero amare, anche quelle più surreali o giocose sono in realtà spaventose e angoscianti. I suoi personaggi ci riflettono come specchi, mostrando senza giudizio alcuno le vite incasinate in cui viviamo, vittime e carnefici di noi stessi.
Non tutti i racconti mi sono piaciuti allo stesso modo nel senso che alcuni mi sono piaciuti più di altri e altri mi sono piaciuti più per una cosa che per l'altra: ad esempio "Non del tutto, non per sempre" ha una deriva leggermente surreale che stempera la forza drammatica della situazione e alla fine lascia un gusto strano; "È di nuovo famiglia" è un po' paradossale e molto angosciante: il finale riuscirà, nel suo stritolare ancor più il protagonista, ad alleggerire in realtà il tono e a far sorridere il lettore. E' molto buono, anche se forse non tutte le battute del dialogo sono perfette.
"Il giardino incantato" è, per me, uno dei migliori: il ritratto è insieme algido e partecipativo; Zardi riesce a trasmettere un realismo empatico davvero disturbante.
Ho molto apprezzato il tentativo di rappresentazione femminile de "La lotta", ma comunque ho preferito "Non accade per amore", una raffigurazione originalissima di un rapporto di coppia "felice", una specie di "noir" matrimoniale, nel senso di "noir" dei sentimenti. "L'urlo" è forse l'unico racconto in cui il protagonista, nonostante tutto, esce vincitore sul proprio tragico destino; eppure è quasi deprimente, con il suo accanito ritratto delle nostre "vite normali". Davvero un bel racconto.

"In metropolitana..." mi è piaciuto meno degli altri (forse  i personaggi restano un po' troppo accennati) e anche "Il resto del corpo" non mi ha del tutto convinto,per il tono volutamente un po' grottesco.
Invece "Un silenzio che non è assoluto", secondo me è un piccolo gioiello: in meno di tre pagine, un'immagine umana della pietà di Michelangelo... "Per grazia ricevuta" e "cellule" sono altre stazioni di questo calvario che è essere vivi: sono di nuovo racconti che ci parlano del dolore (un tema forte, nell'antologia), ma sempre con questo tono da una parte distaccato e  mai patetico, dall'altra empatico, dell'empatia che trovate in certi passaggi di Infinite Jest, dove comunque i personaggi, nonostante tutto, vivono.  Ed è proprio questo il senso che vi rimane alla fine di questi racconti: questa è l'acqua.

Denise Bresci 

martedì 6 dicembre 2011

Oscure Tassonomie – L’importanza del dresscode ovvero libri e film come istanze di classi astratte

Vorrei dire qualcosa sulla letteratura di genere e, in particolare, sulla letteratura di certi generi; parlo di giallo (thriller), noir, horror.
So che è sbagliato non essere in grado di parlare di una storia (film, racconto, romanzo) senza volerla per forza incasellare  e che le librerie-supermercato, spingendo in questa direzione, accatastando nello stesso esiguo spazio cose completamente eterogenee che magari si somigliano solo per argomento ma non in spirito, provocano in realtà solo reazioni di allontanamento  “non voglio pensare al genere”, “vedrò solo se è bello o se è brutto”, “esiste solo buona narrativa e cattiva narrativa”.
Ma in realtà, una volta rifuggiti dai luoghi comuni e dai contro-luoghi comuni, quando parliamo con gli amici di una storia, consigliamo un film, regaliamo un libro, lodiamo un racconto, proponiamo qualcosa di scritto da noi o da altri… ecco, la necessità di utilizzare una classificazione ri-sorge prepotente e capiamo che, in fondo, non c’è nulla di male in ciò. Anzi, aiuta lo scambio di opinioni, offre la possibilità di orientarsi.
E poche cose irritano di più di trovare dentro un'antologia noir racconti gialli o horror e viceversa. O vedere nelle recensioni usare con disinvoltura questi termini (noir, giallo, horror) come fossero sinonimi.

Queste parole vengono infatti spesso distribuite in modo un po’ casuale e si leggono in giro prefazioni che fanno rabbrividire (quelli che dicono che tra giallo e noir non c’è differenza, ad esempio) o erudite dissertazioni sulla storia di questi termini o su come o quando siano nati e in riferimento a cosa.
A me non interessa ora parlare di questo (chiunque può reperire queste informazioni sul web con pochi click) ma cercare di capire cosa, all’interno delle storie che leggiamo, possa permetterci di fare delle distinzioni; cosa sia, cioè, quel quid che ci porta automaticamente a dire a quale genere essa appartenga e a farcelo dire in un modo così limpido da convenirne anche con persone magari appena conosciute. E’ chiaro che ci sono alcune caratteristiche che consideriamo essenzialmente inerenti a un genere e infatti di solito appare facile incasellare un’opera in una di queste 3 categorie.
Più difficile è definire come abbiamo fatto a farlo, cosa ci ha portato ad ascrivere quell’opera ad una categoria piuttosto che ad un ‘altra.
Alcuni ritengono che ciò che distingue il giallo dal noir sia il punto di vista nel caso del giallo si tratterebbe di vedere la storia dal punto di vista di qualcuno “esterno” al “colpevole”; nel caso del noir, invece, il punto di vista sarebbe proprio quello del “colpevole”.
E’ una possibilità. Ma è troppo schematica e insoddisfacente.
Se ci pensiamo bene, non è una questione di punti di vista, ma una questione di “flavour” e tale “flavour” è dato da ciò che è al centro dell’attenzione e da come, quindi, il lettore si rapporti a ciò che legge, di quali siano le sue reazioni.
Il “flavour” del noir è quello dell’assenza di giustizia, la mancanza di quel meccanismo (che sia indagine di polizia, azione di un giustiziere, vendetta privata, non importa) che conduce inevitabilmente ad un senso di “soddisfazione”, di ri-equilibrio. Una storia non-noir è una storia in cui alla fine il lettore pensa che “tutto è andato a posto”. Se anche ci siano stati efferati delitti, terribili eventi, colpe smisurate, alla fine, in un giallo, tutto va a posto.
Chi segue la storia vede che non solo lui, il lettore, è raggiunto dalla verità, ma anche tutti i personaggi; che l’indagine, più o meno esplicita, è andata a buon fine. Se anche il giallo è “teso”, “mosso”, pieno di suspence, parleremo di thriller; ma si tratterà sempre di un giallo.
Nel noir invece, il sapore che rimane alla fine è quello amaro che spesso assaggiamo - nostro malgrado - nella vita non è vero che i tasselli vanno a posto, non è vero che chi compie il male viene punito. Spesso, i grandi disegni criminosi restano completamente oscuri, non ricostruibili nemmeno a distanza di anni, per non dire di decenni. I piccoli crimini restano nell’ombra, le colpe private restano nascoste a volte persino a chi le ha compiute, sepolte nell'inconscio. Queste sono le storie noir. Quelle in cui non c’è la parte “che mette tutto a posto”. Sono anche quelle che somigliano di più alla vita. Sono storie noir ogni volta che alla fine dite “ma quindi non si saprà” “ma quindi non viene preso” etc…. Lo sono anche quelle in cui chi è colpevole magari viene apparentemente punito muore, finisce in prigione, peggiora la sua situazione, ma non perché fosse colpevole. O non perché così decide la comunità , la società, il gruppo. Semplicemente perché accade, per caso. E la giustizia del caso non ci soddisfa. E questo senso di insoddisfazione è proprio ciò che dà al noir il suo specifico sapore. Seguendo questo semplice criterio sarà piuttosto facile distinguere i gialli dal noir.

Ma che dire quando si parla di horror In che modo riusciamo a dire “questo è un horror e questo no” Tipicamente, la distinzione avverrà pensando se la storia ci abbia fatto paura o no. E allora, domandiamoci, ci sono  gialli, o noir che ci fanno paura In realtà no; possono tenerci in sospeso con una storia ricca di tensione, disgustarci con scene sgradevoli, colpirci con scene di violenza. Ma difficilmente ci faranno paura. Se ci chiediamo perché, arriveremo facilmente al nocciolo della questione. Nel noir, o nel giallo, qualcuno ha sempre il controllo della situazione. Il lettore, di fronte alle azioni dei personaggi, può sentire di condividerle o no, ma le troverà comunque comprensibili. Nelle storie che ci fanno paura, invece, ciò che veramente ci spaventa è l’assenza di controllo, che è una conseguenza della impossibilità di comunicazione. Ciò che ci fa paura sono i pazzi, quando capiamo che sono completamente “alieni” a noi; le creature soprannaturali, quando non hanno motivazioni “umane”; animali o creature immaginarie, quando non è possibile comprenderle o comunicare con loro. Questo ci porta a considerare che rappresentare una storia horror vuol dire prima di tutto rappresentare la mancanza di controllo, mettere in scena qualcuno o qualcosa le cui motivazioni siano imprevedibili, inconoscibili, incomprensibili.
Lo scopo di questo post è solo quello raccontare come ho giocato io al gioco dei generi chiedersi, quando guardiamo un film o leggiamo un racconto o romanzo di genere, oltre che ma è un giallo è un noir è un horror, anche perché. Vi assicuro che è divertente.

Denise Bresci

domenica 30 ottobre 2011

CARNAGE DI ROMAN POLANSKI - POCO RUMORE PER NULLA


Facciamo un paio di premesse.

Primo, chi scrive è da sempre un adoratore di Roman Polanski.

Secondo, Carnage è un pessimo film.

Approfondiamo.
E' difficile trovare un regista paragonabile a Polanski per creatività, intensità, sensibilità, influenza sulle nuove generazioni. Dal "Coltello sull'acqua" in poi, Roman ha attraversato la storia del cinema con grazia e genio non disgiunti dal ghigno beffardo che lo ha sempre contraddistinto.
Il vero problema è che Carnage non è un film di Roman Polanski.
Tratto da una nota sceneggiatura di Yasmina Reza, interpretato da due mostri sacri, da un grande emergente e da un grande comprimario, firmato dal maggior regista vivente: gli ingredienti ci sono tutti.
Purtroppo non legano.
Il testo, al di là della forte drammatizzazione e delle straordinarie interpretazioni fornite dai protagonisti, si rivela subito per quello che è. Una commedia neominimalista (ciao Woody, come va?), con venature di sarcasmo e malignità appena accennate.

Nell'obiettiva difficoltà di raccontare l'ipocrisia della coppia borghese o aspirante tale, nella caratterizzazione della societa borghese come sovrastruttura necessaria per la convivenza civile, vero motore dei tic e dello stress dei personaggi, il genio di Polanski si annulla. Manchevolezze del testo teatrale, certo, incapace di gestire in unità di tempo, spazio e azione le dinamiche delle relazioni fra i personaggi senza renderli caricature. Lacune di un testo minimale e affrettato, comico con troppa leggerezza, che troppo si affida ai virtuosismi degli interpreti e poco o quasi nulla alla costruzione di un vero climax. Non basta, non è tutto qui. Se Carnage non funziona la colpa è anche di una scelta registica volutamente assente e svagata, volutamente priva di genio, appiattita su quel minimalismo imperante di cui si diceva, che può strappare un sorriso qua e là ma, purtroppo, è farcito di nulla.

Un passo falso, può capitare.
Per noi malati di Polanski non è un problema. Sappiamo quanto vale: e, la prossima volta, saremo ancora qui.
Come se non fosse successo nulla.

Ugo Polli

mercoledì 5 ottobre 2011

Come diventare se stessi di David Lipsky

Ho trovato questo libro molto prezioso.
Prezioso perché ci offre l’occasione di conoscere un autore da un raro punto di vista: sebbene ciò sia dovuto alle terribili circostanze che ci hanno privato della generosa umanità di DFW nonché del suo talento, così mostruoso da sembrare alieno, non possiamo che essere grati a Lipsky per avere rispolverato e sbobinato i nastri che incise durante i 5 giorni in cui Rolling Stone lo mandò ad intervistare DFW, alla fine del suo tour di presentazione di Infinite Jest.
Forse non consiglierei questo libro alle persone che non abbiano mai letto niente di DFW; e tuttavia forse lo consiglierei proprio a loro.
Leggerlo senza conoscere Infinite Jest, senza avere presente i suoi racconti e la sua voce di narratore o senza avere mai letto una pagina dei suoi articoli, potrebbe infatti voler dire non capire molti dei riferimenti presenti. Inoltre, ascoltare nella propria mente le sue risposte alle domande di Lipsky potrebbe portare chi legge a farsi un’idea di DFW  davvero troppo parziale; ad esempio non risalterebbe quanto eccezionale e naturalissima sia la sua modestia: sentirlo parlare di sé come autore dopo aver letto la sua saggistica e narrativa è stupefacente.
D’altronde, per chi non lo conosce per niente o si accosti con diffidenza alle sue opere, temendo sia uno di quegli autori tutti volti a scrivere pagine solo per impressionare il lettore, leggere questo libro significherebbe capire quanto ci si possa sbagliare basando il proprio giudizio sui preconcetti e quanto si possa perdere a causa della propria pigrizia mentale. La prodigiosa intelligenza, l’acutezza e la profondità che traspaiono in ogni risposta; il pirotecnico senso dell’umorismo, l’inarrestabile genialità di cui il dialogo è intriso non potranno che conquistare il lettore.


IL libro è prezioso anche per le tante pagine sul “mestiere di scrivere”, sul ruolo che letteratura ha o debba avere, sull’arte, valide a prescindere dall’aspetto autobiografico, anticipazioni di (o rimandi a ) temi ricorrenti nei suoi articoli.
Ma certo è soprattutto prezioso e molto emozionante per chi ha amato e divorato tutto quello che DFW ha scritto su cui sia riuscito a mettere gli occhi: è un gradito dono. Leggendolo, si vorrebbe che l’intervista non avesse una fine, che i giorni che Lipsky passò con DFW fossero stati non 5 ma 50 o 500 e che questo squarcio nel tempo che oggi ci permette di leggere le sue parole di 15 anni fa potesse non richiudersi mai.
Solo per stare ancora un po’ con lui.


Denise Bresci